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Giorno della memoria: la storia di Bruno Pincherle

In occasione del Giorno della memoria, vi raccontiamo di Bruno Pincherle, pediatra di origini ebraiche che lavorò a Trieste fino al 1968: competente e appassionato, si divideva tra l’amata professione, le attività assistenziali e l’impegno politico. 

Fu un pediatra di famiglia, ma soprattutto un medico dei poveri, molto amato dai bambini. Ascoltava i suoi piccoli pazienti, parlava con loro, spiegava, disturbato dalla tendenza degli adulti a sottovalutarli. 
Dottore, mi disegni una storia?”, si sentiva chiedere costantemente. Pincherle estraeva allora la matita e il taccuino delle ricette per dare vita a buffe scene: un bimbo intento a curare i suoi pupazzi, un gatto che ruba un’appendicite… Subito le iniezioni facevano meno male e l’olio di fegato di merluzzo diventava più tollerabile. 

Nel 1939, in seguito alle leggi razziali, dovette lasciare la professione medica e nel 1940 venne internato, in quanto antifascista, prima nel campo di concentramento di Campagna (Salerno) e poi in quello di Sforzacosta (Macerata).

Un brutto giorno, però, le chiacchierate e i disegni furono bruscamente interrotti. Aprendo la posta, Dottor Pincherle trovò un sinistro cartoncino: “Lei non risulta iscritto al partito fascista, non può lavorare alla Clinica Lattanti, un ospedale pubblico”. 
Gli amici subito si riunirono. 
– Dobbiamo pensare a una soluzione – disse Chino preoccupato. 
– Sì, ma quale? – domandò Alberto. 
La fortuna venne loro in aiuto. Al Dispensario del Latte mancavano medici e la società Amici dell’Infanzia, un’associazione privata, si offrì di inviarne uno a proprie spese: Dottor Pincherle. 
Passò un po’ di tempo finché arrivò un’altra lettera: “I medici ebrei non possono lavorare in Italia. Sei ebreo?”. 
Dottor Pincherle, che in realtà di religione non si era mai occupato, si affrettò a rispondere: “SONO EBREO”. E così fu licenziato. 
Ma non era finita. 
Un giorno Chino lo avvertì: – Ti cercano, devi scappare! 
E così, su due piedi, con solo la sua valigetta da dottore in mano, era partito.

[...]

Era il 15 ottobre 1945 quando rientrò in ospedale tra i suoi bambini. Fece un giro per i reparti e guardò i piccoli pazienti: erano magri, denutriti. 
– Anche loro hanno fatto la guerra, – pensò, e gli si strinse il cuore. 
Ma dopo qualche minuto era già in azione: – Qui bisogna procurare cibo prima di tutto!

Questo brano è tratto dal libro Un dottore tutto matto, sulla testa un gatto, che racconta ai bambini (e non solo!) un uomo di grande valore, i suoi principi, le sue battaglie e la sua grande umanità.




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